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Verso il Premio Costa Smeralda 2026: l’intervista con Elena Loewenthal

Le parole della scrittrice e traduttrice italiana in attesa della cerimonia in programma al Conference Center

È iniziato il conto alla rovescia per il Premio Costa Smeralda a Porto Cervo. La cerimonia si svolgerà il 18 aprile nella suggestiva cornice del Conference Center, da anni punto di riferimento culturale della Gallura durante la stagione estiva.

In attesa di conoscere i vincitori nelle categorie narrativa e saggistica, abbiamo raccolto alcune riflessioni di Elena Loewenthal, scrittrice e traduttrice italiana, su questa edizione del Premio: dal dialogo con gli altri membri della giuria fino al processo di selezione delle opere finaliste.

Che cos’è che l’emoziona ancora di più di questo Premio?

«La cosa che mi entusiasma ancora e continuerà a entusiasmarmi nel far parte parte della giuria del Premio Costa Smeralda è parlare di libri insieme ai miei compagni di giuria. Discuterne, pur non avendo, ovviamente, sempre le stesse idee. Ma è sempre un confronto che mi restituisce qualcosa, mi fa capire qualcosa di libri che avevo già letto e mi fa scoprire aspetti del modo di leggere degli altri. Per questo è sempre molto molto entusiasmante».

Qual è il primo dettaglio che le colpisce quando ha iniziato un libro?

«Quando apro un libro devo avere il desiderio di continuare dopo il primo paragrafo. Questo è fondamentale. Non è ancora un giudizio. Ma le parole devono accattivarsi a vicenda l’una con l’altra».

Quanto è importante per lei il finale di un romanzo?

«Per me il finale non conta nulla, conta il cammino, l’avventura, il viaggio, la scoperta, la gioia e il dolore di quello che trovo fra le pagine».

C’è un criterio che con il tempo avete imparato a rivedere o a mettere in discussione?

«Non abbiamo criteri prefissati, vincoli, o definizioni di quello che deve essere un buon libro. La cosa bella di questo premio è la libertà che noi giurati abbiamo di leggere, di valutare e di confrontarci come deve essere sempre la lettura: un grande esercizio di libertà e di responsabilità».

Le succede di rileggere alcuni passaggi ad alta voce per immergersi di più nel contenuto del libro?

«Per me la lettura è un esercizio interiore. Un affondo, un sentire le parole dentro. La lettura in silenzio non vuol dire che c’è silenzio. Lo è intorno a un lettore ma un libro deve essere in grado di fare molto rumore dentro di noi».

Riccardo Lo Re