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Il ritorno del diavolo della Tasmania nell’Australia continentale

A tremila anni dalla sua scomparsa il piccolo mammifero è stato reintrodotto in un santuario a nord di Sidney

A volte ritornano. Ma stavolta ci sono voluti tremila anni per rivedere un diavolo della Tasmania scorrazzare sulla terra dell’Australia continentale. Per l’esattezza sono stati rilasciati 26 giovani esemplari. Una reintroduzione in natura che è avvenuta nel santuario che si trova a Barrington Tops, a nord di Sidney, in un’area vasta 400 ettari. Si tratta di una vera e propria svolta, visto che il piccolo marsupiale al momento vive allo stato selvatico soltanto in Tasmania, l’isola nel sud-est del continente, dove il numero degli esemplari si è comunque ridotto nel corso dei secoli. Nell’Australia continentale, invece, il diavolo mancava da ben tremila anni. E questo, come spesso è accaduto, a causa dell’arrivo dell’uomo e anche dei dingo, un mammifero della famiglia dei canidi introdotto sempre dall’uomo.

A occuparsi dell’importante operazione di reintroduzione sono state alcune associazioni conservazioniste. «Tra 100 anni guarderemo indietro a questo giorno come il giorno che ha messo in moto il ripristino ecologico di un intero Paese – ha commentato alla Cnn Tim Faulkner, il presidente di Aussie Ark, una delle associazioni che si sono occupate della reintroduzione del mammifero -. Si tratta di una azione che permetterà il ripristino e riequilibrio dell’ecologia dopo secoli di devastazione da parte di altri predatori. Un passo storico, il primo di un piano simile a quello che ha permesso ai lupi di tornare a popolare il parco di Yellowstone negli anni Novanta».

La reintroduzione di un animale in via di estinzione rappresenta dunque una buona notizia. E questo soprattutto i devastanti incendi che, tra il 2019 e il 2020, in Australia hanno causato la morte di un qualcosa come tre miliardi di animali. I diavoli della Tasmania appena liberati a nord di Sidney saranno ovviamente monitorati attraverso collari radio e trappole fotografiche. I ricercatori studieranno dunque il loro comportamento e la loro reazione all’introduzione in un nuovo contesto. I piccoli mammiferi, che pesano circa 8 chili e che si cibano di carcasse ma che possono anche aggredire animali più grandi, non rappresentano un particolare pericolo per l’uomo, anche se potrebbero però reagire in caso di attacco.

Dario Budroni

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